Il 10 dicembre 1514 M. scrive a Vettori che quando «uno principe vuole conoscere quale fortuna debbino avere dua che combattino insieme, conviene prima misuri le forze e le virtù dell’uno e dell’altro» (Lettere, p. 332). Per gli studi critici si vedano: M. Martelli, I Ghiribizzi a Giovan Battista Soderini, «Rinascimento», 1969 [ma 1972], pp. 133-35), in bocca a Callimaco nella Mandragola («Ed è vero che la fortuna e la natura tiene el conto per bilancio: la non ti fa mai un bene, che all’incontro non surga un male», IV i), e nei Discorsi («quello viene a errare meno e avere la fortuna prospera che riscontra, come ho detto, con il suo modo il tempo e sempre mai si procede secondo ti sforza la natura», III ix 4). INTRODUZIONE 2 Machiavelli avevano perso quel loro riferimento unitario costituito dagli stati di antico regime. Appunto sintetico sulla concezione machiavelliana della virtù e della fortuna e la loro importanza per l'uomo, Effettua il login o registrati per lasciare una recensione, Skuola.net News è una testata giornalistica iscritta al A riscontro della sagacia e della determinazione del senato romano, il quale non «si vergognò mai diliberare una cosa che fusse contraria al suo modo di vivere o ad altre diliberazioni fatte da lui, quando la necessità gliene comandava» (Discorsi I xxxviii 3), M. adduce alcuni clamorosi insuccessi della politica fiorentina: la mancata previsione della conquista di Milano da parte del re di Francia Luigi XII nel 1500; il fallito assalto di Pisa sotto il comando del capitano francese Jean de Beaumont nello stesso anno; la scarsa capacità diplomatica mostrata durante la ribellione di Arezzo nel 1502, quando Imbault Rivoire, capitano del re di Francia, entrò nella città «faccendo intendere ai fiorentini come egli erano matti e non s’intendevano delle cose del mondo» (Discorsi I xxxviii 18). Machiavelli esprime una visione moderna e pienamente "umanistica" della fortuna, descritta appunto come espressione della pura casualità, e mostra tutta la sua distanza dalla cultura medievale che considerava invece la fortuna). La politica come arte del rimedio, Roma 2003; M.C. Ambito artistico letterario. Fuor di metafora, M. polemizza in questi versi contro il proprio governo, denunciandone la mancanza di vigore e di decisione. di G. Sasso, Genève 1993; Consulte e Pratiche della Repubblica fiorentina, 1495-1497, a cura di D. Fachard, pref. 523-25) – nonché, insieme ai «non buoni ordini suoi» (Istorie fiorentine III ii 2), della disunione di Firenze, la f. viene incolpata da un oratore anonimo durante un raduno nella chiesa di S. Piero Scheraggio: E imputate i disordini antichi non alla natura degli uomini, ma ai tempi, i quali sendo variati, potete sperare alla nostra città, mediante i migliori ordini, migliore fortuna. Barbuto, Antinomia della politica. ant. 10404470014, Machiavelli, Niccolò - Occasione e Fortuna, Italiano per la scuola superiore: Riassunti e Appunti. FORTUNA: Forza che, razionale o irrazionale che sia, può essere controllata dal 13. Virtù e fortuna in Machiavelli e in Ariosto Più problematica è la posizione di Machiavelli, secondo il quale la fortuna e la virtù (termine che in lui assume un significato peculiare, lontanissimo ormai da quello cristiano-medievale) incidono in pari misura sul destino dell’uomo: «iudico potere essere vero – si legge nel Principe , cap. La fortuna è un ostacolo al libero svolgersi dell’azione individuale; è l’imponderabile. Atlante Storico Il più ricco sito storico italiano La storia del mondo illustrata da centinaia di mappe, foto e commenti audio 4 se agiata; Avere, fortuna di FÈRRE portare, produrre: Ricchezza. Nel cristianesimo è riconosciuta alle persone della Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo. Ricerche su fonti, lessico e fortuna, Napoli 2006; G. Inglese, Per Machiavelli, Roma 2006; G.M. Prendendo di mira il modo di pensare dei suoi concittadini, come attestano le lettere a Vettori del 29 aprile e del 26 agosto 1513 – «li uomini savi non si rimettono mai, se non per necessità, a discrezione d’altri»; «gli uomini si inducono per necessità a fare quello che non era loro animo di fare, et il costume delle populazioni è ire adagio» (Lettere, pp. 53-74; C. Dionisotti, I Capitoli di Machiavelli (1971), in Id., Machiavellerie, Torino 1980, pp. Machiavelli pensatore inattuale e dunque autore filosofico per definizione. perché la [f.] è varia, variano le republiche e gli stati spesso, e varieranno sempre infino che non surga qualcuno che sia della antichità tanto amatore che la regoli in modo che la non abbia cagione di mostrare, a ogni girare di sole, quanto ella puote (II xxx 32). Appena assunto in cancelleria, già il 4 agosto 1498 M. denunciava al condottiero Rinuccio da Marciano, assoldato da Firenze con il titolo di governatore generale, «la nostra inimica fortuna» associandola al concetto di necessità: E veramente, poi che per la nostra inimica fortuna e’ seguì quello accidente dove e’ convenne, e a noi el campo nostro con tanto disagio e dispendio instaurare, e alla Signoria vostra della propria salute provedere, noi non abbian mai pensato se non come potessino e le perdute forze e lo onore nostro e vostro recuperare; e tutti e’ partiti che si sono presi, come appieno vostra prudentissima Signoria conosce, non sono proceduti se non da estrema necessità, pel disordine nel quale era la nostra Repubblica incorsa (LCSG, 1° t., p. 27). Machiavelli paragona la fortuna ad un fiume in piena che quando straripa devasta tutto ciò che incontra, e quindi l’uomo può ridurne l’effetto devastante solo costruendo degli argini. Dea pagana (gr. La malignità della quale si può con la prudenzia vincere, ponendo freno alla ambizione di costoro e annullando quelli ordini che sono delle sette nutritori, e prendendo quelli che al vero vivere libero e civile sono conformi (III v 25-26). Si i ndv ua qu a tro mb id an l is p os b l . La Roma repubblicana poté contare, nel corso della sua storia, sulle opposte virtù di un cauto Fabio Massimo o, al contrario, di un impetuoso Scipione per tentare o meno la fortuna. La prepotenza della natura nel condizionare l’intendimento e l’avvedutezza dell’uomo, la sua capacità di adeguarsi all’occasione – «la scapigliata e semplice fanciulla» (“Di Fortuna”, v. 81) –, la varietà dei tempi e il dominio della f. vengono esaminati con piglio amaro e polemico nei Ghiribizzi – scritti tra il 13 e il 21 settembre 1506 e indirizzati a Giovan Battista Soderini, nipote del gonfaloniere Piero –, che sono la remota premessa ai capitoli xxv del Principe (Quantum fortuna in rebus humanis possit et quomodo illi sit occurrendum) e III ix dei Discorsi (Come conviene variare co’ tempi, volendo sempre avere buona fortuna): Io credo che come la natura ha fatto a l’uomo diverso volto, così li abbi fatto diverso ingegno e diversa fantasia. La f., «volubil creatura» (“Di Fortuna”, v. 10), viene incriminata anche nella lettera del 19 novembre 1515 al nipote Giovanni Vernacci: La fortuna non mi ha lasciato altro che i parenti e gli amici, et io ne fo capitale, e massime di quelli che più mi attengono, come sei tu, dal quale io spero, quando la fortuna ti inviasse a qualche faccenda onorevole, che tu renderesti il cambio a’ miei figliuoli de’ portamenti miei verso di te (Lettere, p. 352). Per Machiavelli non esistono divinità che decidano le sorti del mondo: i fattori che determinano la storia sono la virtù e la fortuna, pertanto, nel mentre sacrifica se stesso per il … 13-15); «Però si vuol lei prender per suo stella / e quanto a noi è possibile, ogni ora / accomodarsi al variar di quella» (vv. di riprovare 2, disapprovare, biasimare: gli condanna e reproba respettivamente come eretici, scandalosi, falsi (sarpi); si è visto dapoi come nel più alto corso delle azioni sue è stato dalla fortuna reprobato (Machiavelli), cioè, qui, respinto. E perché da l’altro canto e tempi sono varii e li ordini delle cose sono diversi, a colui succedono ad votum e suoi desiderii, e quello è felice che riscontra el modo del procedere suo con el tempo, e quello, per opposito, è infelice che si diversifica con le sua azioni da el tempo e da l’ordine delle cose. Figorilli, Machiavelli moralista. valore e forza d'animo che spingono l'uomo a raggiungere un fine lottando contro le avversità della sorte: la «virtù» e la «fortuna» nel pensiero di machiavelli in, per virtù di, in forza, a opera di: in virtù dei poteri conferiti; per virtù dello spirito santo, per intervento miracoloso dello spirito santo; (scherzosamente) in modo inspiegabile Un concetto analogo M. lo esprime nelle linee conclusive dell’Arte della guerra (VII 249): E veramente, se la fortuna mi avesse conceduto per lo adietro tanto stato quanto basta a una simile impresa, io crederei in brevissimo tempo avere dimostro al mondo quanto gli antichi ordini vagliono; e sanza dubbio o io l’arei accresciuto con gloria o perduto sanza vergogna. Machiavelli elenca le diverse qualità che possono essere attribuite a un sovrano attraverso una serie di coppie antinomiche di aggettivi, cioè di opposto significato (generoso-rapace, traditore-fedele, leale-astuto, ecc.) Simili accuse trapelano anche dai discorsi dei partecipanti alle consulte (→ Consulte e Pratiche della Repubblica fiorentina), ai quali spettava di elaborare strategie per combattere quella che i «giusti priva / del ben che alli ingiusti larga dette» (vv. fortūna, der. fortūna, der. 137-38). Ma poiché la “fortuna è donna” –afferma Machiavelli- essa preferisce in genere i GIOVANI ed IMPETUOSI ai vecchi e prudenti. Quando non impera da sola, la f. (o un suo equivalente: i cieli, la sorte, il caso o gli accidenti) si congiunge con la natura, richiamata nell’Asino («A quante infermità vi sottomette / natura, prima, e poi fortuna quanto / ben senz’alcuno effetto vi promette!», viii, vv. Con Machiavelli uomo e Fortuna paiono fronteggiarsi ad armi pari. Bibliografia: Consulte e Pratiche della Repubblica fiorentina, 1505-1512, a cura di D. Fachard, Genève 1988; Consulte e Pratiche della Repubblica fiorentina, 1498-1505, 2 voll., a cura di D. Fachard, pref. Per tali motivi non fallirono i Romani affidandosi alla loro virtù e alla loro prudenza e non alla f.; fallirono, invece, i veneziani «i quali nella buona fortuna, parendo loro aversela guadagnata con quella virtù che non avevano […], eronsi presupposti nello animo di avere a fare una monarchia simile alla romana» (xxxi 14). Pur intriso di pessimismo, il poemetto in terza rima incita il gonfaloniere perpetuo a creare una milizia propria, in grado di sottrarre la politica estera di Firenze agli artigli della f., la quale «se mai ti promette / cosa veruna, mai te la mantiene» (vv. 50-57; G. Ferroni, Machiavelli, o dell’incertezza. per avere perduto lo stato, non sono più a tempo, e quegli che lo tengono non sanno e non vogliono; perché vogliono sanza alcuno disagio stare con la fortuna e non con la virtù loro, perché veggono che per esserci poca virtù, la fortuna governa ogni cosa, e vogliono che quella gli signoreggi, non essi signoreggiare quella (Arte della guerra II 313). La riflessione sulla necessità e quella sulla libertà d’azione dell’uomo convergono verso gli ammaestramenti prodigati nel Principe: «Onde è necessario, volendosi uno principe mantenere, imparare a potere essere non buono e usarlo e non usarlo secondo la necessità» (xv 6); «e debbe soprattutto uno principe vivere in modo, con e’ suoi sudditi, che veruno accidente o di male o di bene lo abbia a fare variare: perché, venendo per li tempi avversi le necessità, tu non se’ a tempo al male, e il bene che tu fai non ti giova perché è iudicato forzato, e non te n’è saputo grado alcuno» (viii 30). Necessità. [der. Altro personaggio sconfitto da una f. che «vuole essere arbitra di tutte le cose umane» è la figura storica di Castruccio Castracani: la f. «quando era tempo di dargli vita, gliene tolse, e interruppe quegli disegni che quello molto tempo innanzi avea pensato di mandare ad effetto, né gliele potea altro che la morte impedire» (Vita di Castruccio Castracani, §§ 132, 127). 194ss.). Nutrita di letture classiche, misurata nell’ambiente sociopolitico fiorentino dei primi anni di segretariato e verificata nell’esperienza diplomatica, la riflessione intorno alla potenza della f. è al centro del pensiero politico e antropologico machiavelliano. Eroi e vittime della fortuna. Esposto ai venti della f. risulta lo stesso Machiavelli. Come Leonardo da Vinci, Machiavelli è considerato un tipico esempio di uomo rinascimentale. È quindi all’uomo, con la sua audacia e la sua capacità di afferrare l’occasione, che spetta frenare il corso della f.: «se si mutassi natura con e’ tempi e con le cose, non si muterebbe fortuna» (Principe xxv 17). — P.I. 147-80; R. Ridolfi, P. Ghiglieri, I Ghiribizzi al Soderini, «La bibliofilia», 1970, pp. Ma la lettera del 20 dicembre 1514 allo stesso Vettori evidenzia invece non solo la profonda frustrazione di un cittadino impegnato («E se la fortuna avessi voluto ch’e’ Medici, o in cose di Firenze o di fuora, o in cose loro particulari o publiche, mi avessino una volta comandato, io sarei contento», Lettere, p. 345), ma anche l’amaro risentimento che già aveva echeggiato nei Ghiribizzi («e quando la fortuna ci vuole caciare, la ci mette innanti o presente utilità o presente timore, o l’uno e l’altro insieme; le quali dua cose credo che sieno le maggiori nimiche abbi quella opinione che nelle mie lettere io ho difesa», Lettere, p. 345). propriam., nome di un’antica divinità romana, personificazione della forza che guida e avvicenda i destini degli uomini, ai quali distribuisce ciecamente felicità, benessere, ricchezza, oppure infelicità e sventura: la dea fortuna; il tempio della fortuna. 622-23); per Antonio Malegonnelle, «dove la necessità restrigne, la disputazione è vana, e che s’intende quello si doverrebbe fare per assicurarsi; ma non ci essendo panno da cavarne la vesta come doverebbe essere, curarla e darle migliore garbo che si può» (2° vol., p. 909). 124-26). Machiavelli nella su azione politica è non solo profeta, ma pure poeta: «Il Principe termina con il silenzio di Machiavelli. 3-4; G. Sasso, Qualche osservazione sui Ghiribizzi al Soderino di Machiavelli, «La cultura», 1973, pp. Essa trova nell’abbozzo di lettera noto come Ghiribizzi al Soderino e nel capitolo “Di Fortuna” (1506) – accomunati da vistose affinità formali e tematiche – la sua prima espressione, insieme polemica e poetica. Definizione di Treccani fortuna s. f. [lat. Registrazione: n° 20792 del 23/12/2010 E in una missiva del 2 settembre 1498 si serve dell’immagine del vergognarsi della f. – «la Fortuna si abbi col tempo a vergognare per lo averci immeritamente tanto perseguitati» (LCSG, 1° t., p. 43) –, ripresa poi nella celebre lettera del 10 dicembre 1513 a Francesco Vettori (all’epoca ambasciatore fiorentino presso la corte del papa Leone X): «Così, rinvolto entra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via per vedere se la se ne vergognassi» (Lettere, p. 295). La fortuna intesa come fato, destino è stato nella storia argomento di discussione tra i vari poeti che ne hanno fatto uno stile di vita. «Amica alle discordie nostre» (IV xxviii 6), responsabile delle divisioni politiche dell’Italia – «Non è ben la Fortuna ancor contenta, / né posto ha fin all’italiche lite, / né la cagion di tanti mali è spenta» (Decennale I, vv.